Ci siamo dimenticati della Passione di Cristo?

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Stiamo vivendo la terza quaresima “caratterizzata” dalla sofferenza del Papa. Nei tempi recenti, ricordiamo la quaresima del 2005, durante la quale, abbiamo accompagnato gli ultimi momenti della malattia di Giovanni Paolo II; la quaresima del 2013, che si è aperta con le inedite dimissioni di Benedetto XVI, il cui vigore sia del corpo, sia dell’animo era diminuito a tal punto da dover riconoscere la Sua incapacità ad amministrare bene il ministero petrino.

In questa quaresima 2025, nel cuore del Giubileo della Speranza, abbiamo sostenuto il Papa Francesco in un momento molto delicato per la sua salute. Tutti hanno pregato per lui, anche gli atei, dicono. Ma su questo torneremo. Per iniziare desideriamo riflettere sul significato della sofferenza nella persona del Papa. Egli è il Vicario di Cristo: (dal lat. Vicarius) ovvero è colui che esercita un’autorità o una funzione in sostituzione o in rappresentanza di un’altra persona di grado superiore. Il Papa rappresenta Cristo non a fasi alterne, o solo quando lavora ed è efficiente e performante, ma anche nella malattia. Soprattutto nella malattia e nel dolore. È drammatico vedere come con grande facilità, tendiamo a rimuovere il dolore e la sofferenza anche all’interno della Chiesa. Un Papa che ha rischiato per ben due volte la vita  a causa delle sue crisi respiratorie, perché deve essere presentato al mondo sempre al lavoro, intento a leggere i giornali e in preghiera? Perché non dire, che semplicemente non ce la fa! Che è un uomo come tutti, e sta volentieri a letto a riposare, perché in quanto paziente, ne ha bisogno se desidera guarire! Siamo di nuovo tentati, nel cuore della quaresima, a rimuovere l’umanità e la fragilità di un corpo (che è il nostro ma anche di Cristo!) che troppo volte è “mancante” e necessita  di cure.

Anche la Chiesa sembra tentata di inseguire le mode del momento, che vorrebbero l’uomo sempre al “top” della forma, sempre al lavoro (modello milanese!). L’umanità di oggi, non ha un buon rapporto con il dolore e con la morte. Desidera piuttosto, procrastinare il più possibile la fine. Ma cosa c’è alla fine, il nulla? Tale rimozione della sofferenza è indice del fatto che anche noi cristiani non siamo radicati nella Speranza e che siamo terrorizzati da un esito della vita imprevedibile. Che cos’è la Speranza cristiana? È la certezza di un futuro in forza di una realtà presente. E questo presente non è forse il Cristo, che rimane con noi, nella Sua Chiesa, fino alla fine? Egli non è solo all’origine, ci attende anche alla fine! Desideriamo incontrarlo? Dovremmo chiederci se questo desiderio ci aiuta a vivere con Lui e in Lui il dolore, la malattia e a prepararci alla morte. Sì, dovremmo prepararci, non possiamo lasciare al caso l’incontro con Colui che ci attende. Ma ricordate come San Giovanni Paolo II parlava della malattia? Diceva: «Ho capito che [la malattia] è un dono necessario. Il Papa doveva trovarsi al Policlinico Gemelli, doveva essere assente da questa finestra [del palazzo apostolico] per quattro settimane, quattro Domeniche, doveva soffrire: come ha dovuto soffrire tredici anni fa[con l’attentato del 1981], così anche quest’anno.[…] E ho capito che devo introdurre la Chiesa di Cristo in questo Terzo Millennio con la preghiera, con diverse iniziative, ma ho visto che non basta: bisognava introdurla con la sofferenza, con l’attentato di tredici anni fa e con questo nuovo sacrificio[della malattia]. Deve essere aggredito il Papa, deve soffrire il Papa, perché ogni famiglia e il mondo vedano che c’è un Vangelo, direi, superiore: il Vangelo della sofferenza, con cui si deve preparare il futuro, il terzo millennio».

Giovanni Paolo II ha vissuto la sua malattia come “preparazione” non solo del suo incontro ma del futuro della Chiesa. Una malattia messa a servizio per tutti, per la salvezza delle anime (e dei corpi).

Il dolore del Papa, la sua malattia è ministero, è magistero, è governo, in quanto Egli soffre per tutti. Ma dobbiamo anche dire che, in quanto uomo, soffre come tutti: Egli è vicario anche nella malattia, la sua sofferenza è “vicaria”, ci parla in maniera eminente della passione di Cristo, che poi indefinitiva rivive nella “passione” di ogni malato. Forse esagero nel dire, che rimuovere la fragilità e il dolore significa, in ultima istanza, rimuovere il corpo che il Signore ci ha preparato (cf. Eb 10,5).

Come non ricordare anche le parole di Benedetto XVI durante l’annuncio delle sue dimissioni: «Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando». Forse Papa Benedetto, andando a vivere da “monaco” è andato a “riprendersi” quel corpo che per l’infaticabile lavoro pastorale aveva trascurato.

Ecco che la Chiesa non  può lasciarsi portare via la Speranza nel tempo del dolore, nel tempo della passione. È nella prova, infatti, che si “verifica” la “qualità” della Speranza cristiana. La croce, il dolore vissuto con amore, nella speranza, è un “potere” grandissimo. Si tratta del “potere” di partecipare alla passione di Cristo, ed è dato ad ogni battezzato, ma deve essere vissuto in modo particolare da coloro che esercitato un ministero di guida nella Chiesa. Rimuovere dalla nostra vita la sofferenza, significa cancellare la passione di nostro Signore dai Vangeli e dalle nostre vite!

In questi giorni abbiamo vissuto con Papa Francesco la Sua sofferenza, e gli siamo infinitamente grati perché abbiamo visto in Lui un riflesso di Cristo Crocifisso. La suo sofferenza è “vicaria” dicevamo: ciò vuol dire che ci parla di Gesù. La foto apparsa sui media, in cui si vedeva il Papa di spalle orientato verso il tabernacolo, l’altare e la croce, diceva proprio questo: «Non guardate alla mia povera persona. Guardate al Signore! Orientiamoci tutti insieme a Lui. La mia persona conta nulla, è relativa a Nostro Signore».

Il dolore e la malattia se vissute cristianamente, orientano il nostro sguardo a Cristo Crocifisso. Egli diventa un amico ancora più intimo! Dunque la preghiera di un cristiano si differenzia enormemente dalla preghiera di un ateo, perché l’ateo, a chi volge il suo sguardo? Si volta indietro cosa vede? Il nulla. Si guarda innanzi, e cosa vede? Ancora il nulla! Più che una preghiera, è un disperato tentativo di restare attaccato alla “bombola di ossigeno” che la vita terrena non garantisce all’infinito. La preghiera cristiana ha la forza di risvegliare il “potere” della Croce, che non fa perdere la Speranza perché con Colui che ci precede e ci attende non siamo mai soli. Non siamo soli perché «nella sofferenza si nasconde una particolare forza che avvicina interiormente l’uomo a Cristo, una particolare grazia. Ad essa debbono la loro profonda conversione molti Santi, come ad esempio San Francesco d’Assisi, Sant’Ignazio di Loyola, ecc. Frutto di una tale conversione non è solo il fatto che l’uomo scopre il senso salvifico della sofferenza, ma soprattutto che nella sofferenza diventa un uomo completamente nuovo. Egli trova quasi una nuova misura di tutta la propria vita e della propria vocazione. Questa scoperta è una particolare conferma della grandezza spirituale che nell’uomo supera il corpo in modo del tutto incomparabile. Allorché questo corpo è profondamente malato, totalmente inabile e l’uomo è quasi incapace di vivere e di agire, tanto più si mettono in evidenza l’interiore maturità e grandezza spirituale, costituendo una commovente lezione per gli uomini sani e normali». (Salvifici Doloris, n. 26).

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