Il riarmo dell’Europa: cosa dice la Chiesa?

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I recenti sviluppi in campo internazionale stanno gettando valanghe di incertezza sul futuro del mondo, o quantomeno sulla sicurezza e la pace del continente europeo.

Le famose e tanto sperate trattative di pace che sarebbero dovute iniziare già in queste settimane, stanno trovando più intralci del previsto, ultimo dei quali è l’iniziativa del Presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen, il “REARM EUROPE”.

Un nome che lascia poco spazio all’immaginazione, e che chiede all’UE di accettare un investimento per la somma totale di 800 miliardi di euro in armamenti che possano contrastare le minacce della Russia, in un momento di (almeno apparente) disimpegno da parte degli Stati Uniti di Trump.

A proposito di Trump, invito umilmente i cattolici a non guardare a quest’ultimo come se avesse una aureola dietro al capo. Le sue idee e i suoi ordini esecutivi a difesa della vita, della famiglia e dei valori cristiani (che gli vanno ovviamente riconosciuti) non sono sufficienti per giustificarne ogni altra iniziativa, soprattutto in un ambito “fluido” e in continua evoluzione come quello estero. Trump ha grandi capacità, ma non gode del carisma dell’infallibilità, i cui ambiti di applicazione sono già molto ristretti anche per il Vicario di Cristo.

Lo dico perché in questo momento di forte crisi con gli storici alleati europei, appare a molti cristiani come il Principe della Pace, come il Profeta mandato da Dio per sovvertire l’ordine luciferino occidentale. Ma i suoi rapidi voltafaccia e la sua logica da uomo di affari lo rendono una figura politica predisposta a compiere grandi accordi, ma anche grandi errori.

L’Europa, dall’altra parte, si sente abbandonata e costretta a reagire dinanzi al disimpegno degli Stati Uniti nella guerra in Ucraina e nella deterrenza anti-russa, ma non si rende conto che iniziative come il Rearm Europe sono sbagliate nella sostanza, nella comunicazione e nelle tempistiche.

Riguardo alla deterrenza e alle logiche novecentesche della corsa al riarmo, vale la pena ricordare i vari interventi degli ultimi Papi, per evidenziare la linea di perfetta continuità a riguardo. Una linea decisa e di netto rifiuto.

«Giustizia, saggezza ed umanità domandano che venga arrestata la corsa agli armamenti, si riducano simultaneamente e reciprocamente gli armamenti già esistenti; si mettano al bando le armi nucleari; e si pervenga finalmente al disarmo integrato da controlli efficaci. […] È difficile persuadersi che vi siano persone capaci di assumersi la responsabilità delle distruzioni e dei dolori che una guerra causerebbe, ma non è escluso che un fatto imprevedibile ed incontrollabile possa far scoccare la scintilla che metta in moto l’apparato bellico.»

(GIOVANNI XXIII – Pacem in Terris, n. 112)

«Quando tanti popoli hanno fame, quando tante famiglie soffrono la miseria, quando tanti uomini vivono immersi nell’ignoranza, […] ogni estenuante corsa agli armamenti diviene uno scandalo intollerabile. Noi abbiamo il dovere di denunciarlo. Vogliano i responsabili ascoltarci prima che sia troppo tardi.»

(PAOLO VI – Populorum Progressio, n. 53)

«Anche dopo la fine della guerra fredda permangono minacce alla pace, sia per la persistenza di tensioni fra i popoli, sia per conflitti interni alle nazioni. […] La pace non può essere solo il frutto di una superiorità militare o di un equilibrio del terrore, ma deve fondarsi sulla giustizia e sulla solidarietà.»

(GIOVANNI PAOLO II – Centesimus Annus, n. 23)

«La pace non è semplicemente absence of war, né può ridursi al solo equilibrio delle forze avverse. È un dono di Dio che esige la nostra cooperazione e non può essere costruito su fondamenta fragili come la minaccia reciproca o l’accumulo di armi.»

(BENEDETTO XVI, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, 1 gennaio 2006)

«La guerra, che orienta le risorse all’acquisto di armi e allo sforzo militare, distogliendole dalle funzioni vitali di una società, quali il sostegno alle famiglie, alla sanità e all’istruzione, è contraria alla ragione. In altre parole, essa è una follia, perché è folle distruggere case, ponti, fabbriche, ospedali, uccidere persone e annientare risorse anziché costruire relazioni umane ed economiche. È una pazzia alla quale non ci possiamo rassegnare: mai la guerra potrà essere scambiata per normalità o accettata come via ineluttabile per regolare divergenze e interessi contrapposti. Mai.»

(PAPA FRANCESCO – Incontro dei vescovi del Mediterraneo nel 2020)

In conclusione: rinvigorendo il linguaggio bellico e chiamando l’Europa a riarmarsi, il Vecchio Continente si sta ponendo su un piano inclinato, rischiando fortemente di sabotare i già fragili presupposti per una pace duratura, ma un cattolico non può guardare aldilà dell’Oceano per trovare la speranza.

Non dall’oriente, non dall’occidente, non dal deserto, non dalle montagne, ma da Dio viene il giudizio: è lui che abbatte l’uno e innalza l’altro“, dice il Salmo 74.

Geremia è ancora più esplicito: “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, che pone nella carne il suo sostegno e dal Signore si allontana il suo cuore”.

In tutto questo, inizia a farsi assordante il silenzio forzato del Santo Padre, che fino a che ha avuto il fiato necessario ha sempre tenuto in vita quella parola che ormai sembra essere diventata una malata terminale, tanto era ormai scomparsa dal vocabolario dei potenti, o al massimo utilizzata strumentalmente per scopi elettorali: Pace.

Questo silenzio è stato interrotto dall’editoriale di Andrea Tornielli (direttore del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede), pubblicato il 7 marzo sull’Osservatore Romano e sugli altri media vaticani:

«L’Europa, negli ultimi tre anni, si è purtroppo dimostrata anch’essa incapace di iniziativa e creatività diplomatica – scrive Tornielli –. È sembrata in grado soltanto di rifornire di armi l’Ucraina ingiustamente aggredita dalle truppe russe, ma non di proporre e perseguire, al contempo, concrete vie negoziali per mettere fine al sanguinoso conflitto. E ora si prepara ad investire, sulla scia di analoghe iniziative prese da altre potenze mondiali, la cifra esorbitante di 800 miliardi in armi. Non li investe per combattere la povertà, per finanziare programmi in grado di migliorare le condizioni di vita di chi fugge dai propri Paesi a causa di violenze e miseria, per migliorare il welfare, l’educazione e la scuola, per garantire un futuro umano alla tecnologia, né per assistere gli anziani. Li investe per gonfiare gli arsenali e dunque le tasche dei fabbricanti di morte, nonostante già oggi la spesa militare dei Paesi dell’Unione superi quella della Federazione Russa. È davvero questa la via da seguire per assicurare un futuro di pace e prosperità al Vecchio Continente e al mondo intero? Davvero la corsa al riarmo ci garantisce? Davvero è qui la chiave per ritrovare le nostre radici e i nostri valori?»

La Chiesa ha dunque coraggiosamente espresso la sua condanna. Agli uomini rimane la responsabilità, e a Dio il giudizio.

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